Emergenza Covid19 e impatto sulle percezioni dei consumatori, tra psicosi ed engagement

Quasi un terzo degli italiani si trova in una fase di allerta psicologica per l’emergenza dovuta al nuovo coronavirus (Covid-19), e in particolar modo chi vive nelle regioni del nord-est e del sud

Questo il primo quadro che emerge dalla ricerca condotta dal Centro di Ricerca EngageMinds HUB dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
«I recenti sviluppi dell’emergenza coronavirus in Italia – ci spiega la professoressa Guendalina Graffigna, Ordinario di psicologia dei consumi e della salute e direttore dell'EngageMinds Hub – hanno portato le autorità sanitarie a mettere in atto una serie di misure restrittive per contenere la diffusione del virus e il potenziale contagio dei cittadini. Tali misure, tuttavia, si ripercuotono sui cittadini, producendo allarmismo e senso di incertezza sul futuro e sulla propria condizione di salute. In questo scenario, EngageMinds HUB ha condotto una ricerca* volta a mappare le principali reazioni degli italiani all’emergenza Covid-19 in relazione alla loro capacità di “engagement”: cioè di elaborare psicologicamente le preoccupazioni legate allo stato di emergenza e di assumere un ruolo proattivo e collaborativo nel processo preventivo».

La valutazione dell'engagement 
Da tempo il centro EngageMinds HUB ha validato un modello psicologico di valutazione dell’“engagement”  (definito People Health Engagement Model**) articolato in tre posizioni incrementali: 
- “allerta”: stanno in questa posizione i non ingaggiati, cioè coloro che sono particolarmente spaventati e disorientati dall’emergenza e mettono in atto comportamento disorganizzati e disfunzionali per il sistema sanitario; 
- “accettazione”: si tratta di una posizione intermedia di engagement, dove si posizionano coloro che stanno elaborando le loro preoccupazione per la situazione in atto, tentano di mantenere la calma, sebbene non riescano ad essere del tutto lucidi e razionali nelle loro scelte comportamentali;
- “equilibrio”: si tratta di una posizione di pieno engagement ed entrano in questo profilo coloro che sono riusciti ad accettare la situazione critica attuale e a adattarvisi, sforzandosi di trovare nuove forme di normalità

In equilibrio? Pochi
In generale, lo studio rivela come solo il 16% degli italiani sia in uno stato di “equilibrio” psicologico e quindi risulti capace di agire in modo sinergico con il sistema sanitario e le prescrizioni per ridurre il rischio di contagio. E il maggior tasso di “allerta” psicologica è presente al sud e isole e nel nord est.
Inoltre, se il 35% degli italiani si dichiara preoccupato per l’emergenza nuovo coronavirus, il dato raddoppia tra coloro che si trovano in “allerta”.
Sempre tra coloro che sono in allerta viene riportata una minore fiducia nei confronti del governo (3% contro il 7% della popolazione dichiara di avere molta fiducia); delle istituzioni sanitarie (7% contro il 19% della popolazione dichiara di avere molta fiducia) e della ricerca (19% contro il 32% della popolazione dichiara di avere molta fiducia)  in questi momenti cruciali in cui si tenta di far fronte all’emergenza Covid-19. Inoltre chi si trova in allerta, consulta più volte al giorno i Social Network (20% contro l’11% della popolazione italiana), aumentando così la possibilità di esposizione e diffusione di fake news. Interessante anche notare che, se solo un terzo degli italiani intervistati si dichiara fiducioso nell’efficacia dei vaccini (28%), la fiducia nei vaccini aumenta significativamente tra chi è nella posizione di “equilibrio”.

L'impatto sulle scelte di consumo
I diversi livelli di engagement risultano predittivi anche dei consumi quotidiani. In particolare, i cittadini “in allerta” per la paura del Covid19 hanno fatto scorte di cibo in maniera maggiore rispetto alla media degli italiani (9% contro 6%); così come comprato più farmaci (13% contro il 9% degli italiani) e prodotti per la disinfezione personale (27% contro 18%). Inoltre chi è in allerta ha drasticamente modificato le proprie abitudini quotidiane perché più spaventato dalla possibilità di contagio: il 65% ha ridotto molto gli spostamenti quotidiani (contro il 19% di chi è in equilibrio), il 20% ha comprato una mascherina (contro il 6% di chi è in “equilibrio”) e frequentare di meno posti affollati (82% contro il 39% di chi è “in equilibrio”). 

Focus sui consumi alimentari
La popolazione italiana, dopo aver appreso della diffusione del coronavirus, ha principalmente aumentato gli acquisti di surgelati e di prodotti in scatola e in lattina. Tale aumento di consumi è maggiormente evidente fra coloro che si dichiarano in «allerta».   
Rimane abbastanza alta – circa la metà degli italiani – la percentuale di coloro che si dichiarano propensi ad acquistare prodotti alimentari che provengono dalle zone "focolaio"; tuttavia tale percentuale diminuisce fra coloro che si percepiscono in "allerta". Sempre in questo ambito, chi è in "allerta" presta maggiore attenzione, rispetto al campione italiano, all’origine dei prodotti alimentari acquistati.

Scorte e accaparramenti
Sulla questione "scorte" di cibo e beni di prima necessità emerge una sorta di dicotomia tra percezione e azione. Il 54% del campione indica di aver avuto la sensazione ("aver visto gli scaffali più vuoti del solito") di una corsa agli accaparramenti; mentre il 21% riferisce di aver saputo "di parenti o amici" incorsi in questa pratica. Ma solo il 5% dell'intero campione dichiara di aver effettuato personalmente l'acquisto di scorte; una percentuale che raddoppia tra le persone "in allerta".
 


*La ricerca, parte di un Monitor continuativo sui consumi e sull’engagement nella salute condotta dal centro di ricerca EngageMinds HUB, che rientra nelle attività del progetto CRAFT (CRemona Agri-Food Technologies):  un progetto avviato dall'Università Cattolica nell'ambito di Cremona Food-Lab, con il contributo di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo. La ricerca di EngageMinds HUB è stata condotta su un campione di mille italiani, rappresentativo della popolazione per sesso, età, appartenenza geografica e occupazione. La survey è stata realizzata con metodologia CAWI. I dati sono stati rilevati nel periodo 27 febbraio- 5 marzo 2020. I dati sono stati elaborati dal team di ricerca coordinato dalla professoressa Graffigna e composto da Serena Barello, Mariarosaria Savarese, Lorenzo Palamenghi, Greta Castellini.

**il Patient health Engagement Model è un modello scientifico sviluppato da EngageMinds HUB che permette di valutare il livello di engagement nelle persone nella gestione della loro salute (Graffigna et al. 2015)

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